martedì 9 febbraio 2010

Resoconto di uno stagista

Varcata la soglia di quel palazzo dall'aspetto simil ottocentesco mi ritrovai catapultato in un appartamento di modeste dimensioni, con due stanza e un bagno. Minute scrivanie laccate di nero, si fiancheggiavano come per corteggiarsi la non notizia che gli astanti erano intenti a ricercare.
Schermi di luce ne occupavano il piano, ordinato e sobrio, nelle sue infanti proporzioni. Le dita battevano sul tastierino in attesa che sillabe componessero parole, da imprimere sugli emittori di fasci luminosi,per dar senso a ciò che è già sensato.
L'innovazione è nella capacità di competere in velocità e sintesi, nel riciclare un mondo già scritto da molti altri ma altri simili a noi. Il principio di similitudine mi accomuna quando inizio lo sporco riciclaggio di parole usa e getta, costruisco proposizioni che anche un idiota saprebbe disprezzare per il conformismo di tanti parolai che nulla aggiungono all'estetica di un linguaggio ormai sepolto dalla comunicazione veloce.
Spaesato, mi chiedo cosa ci faccio in questo posto e se tutto questo fosse un autoinganno, un complotto contro me stesso? Non voglio essere qui ma ci sono, certe routine è difficile cancellarle.